Trasforma il tuo linguaggio: il “NO!”

Trasforma il tuo linguaggio: il “NO!”

a cura di: Veronica Remordina
28/08/2017



Quando un bambino, oppure un ragazzo, riceve un no, osserviamo delle risposte tipiche: diventa triste, rinuncia, si lamenta, si arrabbia, insiste, pretende, colpisce, disubbidisce, sfida, supera volontariamente il limite. Possiamo suddividere le reazioni messe in atto in due grandi categorie: ritirarsi e aggredire. (…) Entrambe le soluzioni sono inadeguate: nella rinuncia l’individuo appassisce e si reputa perdente, mentre nell’aggressione si deforma e si sente colpevole. (…) La vera soluzione consiste in realtà nel concepire nuove abilità di relazione e aprire un percorso inedito. (S. Tiani Brunelli, 2012)

Il “no”, una parolina che ogni bambino sente ripetere innumerevoli volte nella sua giornata, e che viene utilizzata in educazione con lo scopo di tracciare dei confini fra ciò che è concesso e ciò che è vietato. Tutti i genitori ad un certo punto sentono la necessità di porre dei limiti nei confronti dei loro figli, questo coincide solitamente con l’inizio dell’esplorazione del mondo circostante (quando i bambini cominciano a strisciare, gattonare o a deambulare), ovvero quando i bambini entrano in contatto con un ambiente ricco di stimoli, e al contempo di pericoli.

Nella maggior parte dei casi, il “no” è la parola che il bambino si sente ripetere più spesso in assoluto, è quindi probabile che questa parola più di tutte entrerà a far parte del suo linguaggio usuale, se si vuole evitare che un figlio, risponda in maniera oppositiva (ovvero con il “NO”, alle richieste che vengono fatte), allora è necessario limitarlo all’origine. In un contesto di crescita dove si voglia utilizzare e promuovere un linguaggio empatico, il “no” è una parola che va centellinata, addirittura a mio parere evitata. Il “no” in linguistica è un muro, pone un limite molto chiaro e in qualsiasi modo venga espresso, è anche una parola che va in forte antitesi con il concetto di empatia. Esprimere un “no” all’inizio della frase significa mettere l’interlocutore nella condizione di sentirsi incompreso, poco accettato e in opposizione con chi gli parla. Un’altra questione che riguarda il pronunciare ripetutamente il “no” è quello che io chiamo: l’effetto assuefazione. Utilizzare costantemente il “no” può sortire l’effetto contrario rispetto allo scopo che un genitore si è posto, ovvero perdere di efficacia e passare inosservato al cervello del bambino o del ragazzo a cui viene ripetuto.

Il modo migliore per comunicare a tuo figlio i limiti con autorevolezza, è quello di spiegargli le motivazioni che stanno dietro ai limiti stessi e ciò avviene più facilmente se si parla in maniera positiva (approfondisci l’argomento qui).

Ti faccio alcuni esempi: se ritieni che tuo figlio si trovi in imminente pericolo e vuoi che interrompa la sua azione, il modo migliore è quello di comunicarglielo in maniera positiva: “lascialo giù”, “allontanati”, “abbassa le forbici”, “fermati”. Inoltre motivando la tua richiesta, è più probabile che tuo figlio comprenda veramente, e senza sentirsi ferito, il motivo per cui gli poni un limite: “per favore lascia il coltello sul tavolo, perché quel coltello è particolarmente affilato e mi sento più sicuro se lo lasci giù”. Un esempio in cui viene espressa l’empatia è questo: poniamo il caso che tuo figlio stia correndo o pedalando in direzione di una strada trafficata, in questo caso puoi sostituire il “no” con un “fermati”, e successivamente puoi motivare così la tua richiesta: “lo so che correre ti diverte e ti fa sentire bene, ciò che ti chiedo, è per favore quando ti avvicini ad un incrocio rallenta e fermati, così puoi controllare tu stesso che la strada sia libera, in modo da attraversarla in sicurezza”.

Veronica Remordina


Veronica Remordina profilo

Veronica Remordina è Parent Coach Professionista e PNL Master Practitioner (certificazioni conseguite presso NLP Italy Coaching School), ha una laurea specialistica in Psicologia (titolo conseguito presso l’università degli studi di Pavia). E’ ideatrice e creatrice del Metodo CCA, l’unico metodo che integra le migliori tecniche del Coaching, con le più autorevoli conoscenze Psicologiche e le più efficaci tecniche di PNL nell’ambito del Parent Coaching.